L'INIZIO DELLA FINE DI HONG KONG

DI MARCO LUPIS - TRATTO DA "I CANNIBALI DI MAO"

Hong Kong, maggio 2019

Qualcuno forse ricorderà un bel film di qualche anno fa, “L’angolo rosso”, dove un sempre fascinoso Richard Gere finiva – suo malgrado e da com- pleto innocente – nelle maglie del sistema giudiziario cinese, ancora oggi uno dei più iniqui, ingiusti e meno garantisti del pianeta. Cesare Beccaria non è mai stato a Pechino e forse per questo in Cina i tribunali si basano sulla “presunzione di colpevolezza” (l’imputato è colpevole a prescindere, salvo prova contraria; una prova molto difficile da fornire a un pubblico ministero cinese), i giudici scrivono le sentenze prima di iniziare il pro- cesso e l’avvocato difensore è una professione molto poco ambita e ancor meno tollerata dal governo. Insomma, qualcosa da far impallidire il peggior giustizialista tra i politici di casa nostra.

Nel film, dopo mille peripezie, violenze e torture e grazie all’eroismo legale e umano di una coraggiosa avvocatessa cinese (che naturalmente si innamorava perdutamente della vittima alias Gere, ma questa è un’altra storia), andava a finire bene per il protagonista. Ma solo perché si trattava di un film.

Nella realtà Richard Gere o chi per lui, pur se innocente, – ma questo per i giudici cinesi è sempre stato un dettaglio trascurabile – sarebbe finito in carcere a vita, o in qualche “laogai” (campo di concentramento cinese) o ancor più probabilmente nelle mani del boia il quale, come è ben noto, «in Cina non si riposa mai».

Fino a oggi i cittadini di Hong Kong potevano, come abbiamo fatto noi occidentali, guardarsi il film (che curiosamente – ma forse neanche trop- po – è del 1997, anno del ritorno alla Cina di Hong Kong) comodamente sdraiati in poltrona nei loro microappartamenti popolari dei quartieri di Kowloon o di Tsing Yi, inorridendo e pensando: «a noi non capiterà mai nulla del genere, Thanks God!». O piuttosto, Thanks to the Queen!, Grazie alla Regina, visto che l’unica cosa che impediva e impedisce agli hongkonghesi di finire come Richard Gere nel film (dopo il ritorno dell’ex colonia britannica alla Cina 22 anni fa) resta l’accordo firmato a suo tempo (nel 1984) dalla Lady di Ferro, la signora poi baronessa Thatcher, con l’allora presidente cinese Jang Zemin, che garantisce ad Hong Kong altri trent’anni circa (la durata originale dell’accordo era di cinquant’anni a partire dal 1° luglio 1997) di sostanziale democrazia e indipendenza dalle leggi, dal sistema giudiziario, dall’economia e dalla totale mancanza di rispetto dei diritti umani di Pechino.

Ma non per molto, almeno se passerà una contestatissima proposta di legge avanzata proprio da Pechino, che vorrebbe consentire la possibilità di estradare qualsiasi cittadino di Hong Kong, colpevole di una vastissima serie di reati, anche futili, in Cina. Cosa, fino a oggi, impossibile, grazie al trattato del 1984.

Così quando circa 130.000 cittadini di Hong Kong hanno sfilato per le strade contro la proposta, dando vita a quella che è stata la più grande manifestazione di massa nella città-stato dopo il Movimento degli Om- brelli del 2014, le autorità di Hong Kong hanno cercato di minimizzare il problema, sorprese dalle dimensioni della protesta.

Uno dei fattori scatenanti della rivolta civile è stata la condanna al car- cere per nove dei dieci leader del movimento Occupy Central (il precursore del Movimento degli Ombrelli). Alcuni politici che sostengono il governo di Pechino e di conseguenza gli elementi più fedeli alla Cina all’interno dell’Assemblea legislativa di Hong Kong, hanno esortato i politici locali a ignorare l’opinione pubblica e ad approvare rapidamente il disegno di legge. Ma il tasso di nervosismo, invece, è andato crescendo sempre di più, fino alla vera e propria rissa verbale e fisica scoppiata in tribunale l’11 maggio al momento della lettura della sentenza di condanna contro i leader della protesta del 2014.

Se sarà approvata, questa legge di estradizione segnerà la fine virtuale di Hong Kong, non solo come città distinta e in grado di prosperare, come ha fatto finora, grazie al sistema “One Country, Two Systems” (Un Paese, due Sistemi), garantito dall’accordo Thatcher-Deng Xiaoping, ma anche come centro di affari internazionale, perché nessuno a Hong Kong sarebbe al sicuro dalla longa manus della (in)Giustizia cinese. Molto probabilmente, per Hong Kong significherà la cancellazione del senso della città come qualcosa di diverso e speciale, una minaccia ai valori che i residenti della ex colonia britannica hanno imparato a mantenere e a difendere, eredità del dominio britannico.

Questa proposta di estradizione consentirebbe alle persone ricercate di Hong Kong di essere inviate nella Cina continentale, oltre che a Macao e a Taiwan. Colpirà chiunque a Hong Kong, sia che si tratti di residenti, lavoratori stranieri, investitori o addirittura semplici turisti in visita.

La scusa formale per introdurre la necessità di un trattato di estra- dizione con la Cina, i burocrati di Pechino l’hanno trovata nel febbraio 2018 quando, secondo la Polizia cinese, un uomo di Hong Kong ha uc- ciso la sua ragazza (anche lei cittadina di Hong Kong) mentre si trovava a Taiwan. Dopodiché si è sbarazzato del corpo, per poi tornare a Hong Kong prima che la polizia di Taiwan potesse arrestarlo. Dopo l’arresto del sospettato da parte della polizia locale, le autorità di Hong Kong si sono trovate di fronte a un dilemma legale, visto che Hong Kong e Taiwan non hanno mai firmato un accordo di estradizione. In effetti, da quando è tornata a far parte della Cina, Hong Kong non ha nemmeno legami ufficiali con Taiwan e di conseguenza non lo riconosce come Stato indipendente, seguendo in questo la posizione ufficiale cinese, secondo la quale la Repubblica di Taiwan semplicemente non esiste: è solo una parte della grande Cina. Così a febbraio, le autorità di Hong Kong hanno presentato una proposta che ha ampliato la portata dell’estradizione fino

a includere Macao e la Cina continentale, raggelando l’opinione pubblica di Hong Kong.

Avere un accordo di estradizione con Taiwan è una cosa, ma quan- do parliamo della Cina, allora la faccenda diventa completamente diver- sa. Taiwan è una democrazia, con uno Stato di diritto, un sistema giu- diziario indipendente e altre forti libertà civili. Hong Kong è a sua volta essenzialmente una democrazia, seppure “limitata”, visto che non elegge direttamente i suoi legislatori, imposti da Pechino, ma il suo popolo ap- prezza profondamente lo stato di diritto stabilito sotto gli inglesi e ancora modellato su un sistema giudiziario indipendente sconosciuto nella Ma- drepatria. In Cina, i tribunali sono controllati dal Partito Comunista, c’è un tasso di condanne che sfiora il 99% e le persone arrestate sono spesso soggette ad accuse arbitrarie e vaghe, incarcerate per anni senza processo e costrette a confessioni “spontanee” trasmesse in televisione. E tutto questo non capita solo ai cittadini cinesi, ma può succedere a qualsiasi straniero, come di recente è accaduto ai canadesi Michael Kovrig e Michael Spavor, che rimangono ancora in custodia per “attentato alla sicurezza naziona- le”; al libraio di Hong Kong Gui Minhai e all’autore taiwanese Lee Ming che è detenuto dal 2017 per reati “culturali”.

La Cina ha in effetti accordi di estradizione con oltre 30 nazioni, tra cui Francia e Italia, ma questi paesi mantengono la possibilità di rifiutare una richiesta di estradizione, se necessario, come per esempio ha fatto il Portogallo nel 2014. Il governo di Hong Kong sostiene che le estradizioni in Cina si applicherebbero “discrezionalmente, caso per caso”, dopo delle audizioni in tribunale. Ma chissà perché, l’affermazione non ha convinto né tranquillizzato nessuno. Davvero un tribunale di Hong Kong avrebbe la forza – soprattutto in termini di opportunità e rapporti di forza politici – di respingere una richiesta di estradizione da parte delle autorità cinesi? E la Cina accetterebbe il diniego? Considerato quanto, negli ultimi anni, le autorità di Hong Kong si siano dimostrate prone alla Cina, non sembra una possibilità realistica.

Bannando da Hong Kong un giornalista del «Financial Times», squali- ficando ripetutamente l’operato dei giudici locali, mettendo sotto processo i leader di Occupy Central e criminalizzando chi “insulta” l’inno nazionale cinese, il governo di Hong Kong ha dimostrato invece di voler ridurre le libertà di Hong Kong per soddisfare Pechino.

Nel 2015, cinque librai dell’ex colonia, tra cui il citato Gui, sono sta- ti rapiti solo per riapparire più tardi prigionieri della Cina continentale, con accuse vaghe di “attività illegali” e presunte violazioni del codice stra- dale. La vera ragione è che i cinque librai vendevano pubblicazioni molto critiche nei confronti della leadership cinese, vietate in Cina, ma molto popolari tra i lettori locali e della stessa madrepatria, che le leggono di na- scosto. In ogni caso, il rapimento segreto di questi librai (uno di loro venne addirittura “prelevato” dai servizi cinesi in Thailandia) e la loro ricomparsa

in Cina imputati di accuse inventate, hanno ulteriormente confermato (se mai ve ne fosse stato bisogno) la mancanza di un vero stato di diritto e della garanzia di un giusto processo in Cina. Nessun cittadino di Hong Kong vuole essere soggetto a una cosiddetta giustizia che comprende tra l’altro detenzioni segrete, accuse non provate e confessioni forzate.

Per paura di venire estradato in Cina, Lam Wing-kee, uno dei librai prima rapito poi misteriosamente liberato, è volato a Taiwan alla fine di aprile. Dopo essere stato sequestrato e portato in Cina nel 2015, gli era stato in seguito concesso di tornare a Hong Kong a condizione di consegnare i nomi dei sui suoi clienti alle autorità cinesi. Una volta a Hong Kong, si è rifiutato di farlo. Se la legge sull’estradizione dovesse passare, le autorità della Cina continentale potrebbero usarla per chiedere che Lam venisse riportato in Cina per essere processato. E come lo stesso Lam ha dichia- rato: «In Cina non sai che tipo di scuse o accuse useranno per metterti nella lista dei ricercati». E questa è una affermazione che molti abitanti di Hong Kong probabilmente condividono. Persino il settore imprenditoriale pro-governativo di Hong Kong si è spaventato al punto da prendere aper- tamente posizione contro la proposta di legge. Normalmente, il settore delle imprese sostiene il governo di Hong Kong e le iniziative di Pechino, come il piano Greater Bay Area, e spesso ignora o condanna le istanze politiche civili locali.

Ma anche per loro, il disegno di legge di estradizione è un passo troppo rischioso. Anche le imprese straniere sono molto preoccupate dalla mossa di Pechino, con la Camera di commercio americana che ha espresso “serie riserve” in una lettera ufficiale inviata al segretario alla sicurezza di Hong Kong, John Lee. Il governo di Hong Kong ha risposto rimuovendo nove reati economici – come la bancarotta – dall’elenco di quelli che consenti- rebbero l’estradizione (37, adesso). Ma questo non è bastato per placare le proteste delle imprese, degli investitori e della Camera di commercio ame- ricana, rimasta fortemente contraria nei confronti della proposta di legge.

Perché quello che rende davvero inaccettabile la proposta di legge è proprio il fatto che essa mina alle fondamenta la ragione stessa di esistere di Hong Kong, il suo status di città centro internazionale di affari: affari sog- getti a tribunali liberi ed equi, garantiti dalle forme legislative britanniche.

Fare affari sotto le garanzie legislative di Hong Kong e ricorrere alla giustizia dei suoi tribunali è un valore aggiunto fondamentale per i privati e le imprese locali e internazionali, nonostante la crescita di Shenzhen e di altri hub cinesi. Se i manager e il personale di queste aziende perdessero “l’ombrello” di tali garanzie legali e diventassero improvvisamente sog- getti vulnerabili alla mercè dello stato cinese, allora resterebbe ben poca differenza tra Hong Kong e una qualsiasi delle grandi metropoli cinesi.

Ci sono numerosi esempi di uomini d’affari stranieri che sono stati imprigionati in Cina con accuse discutibili e processi iniqui. Il manager australiano del gruppo minerario Rio Tinto, Stern Hu, è stato condannato e ha scontato nove anni di carcere per presunto furto di segreti commerciali prima di venire rilasciato l’anno scorso. Gran parte del suo processo si è tenuto a porte chiuse e ai funzionari del consolato australiano non è stato consentito partecipare. Un altro dirigente australiano-cinese, Matthew Ng, è stato arrestato nel 2010 dopo essersi rifiutato di vendere una quota della sua società da un milione di dollari a una partecipata pubblica cinese. È stato accusato di corruzione e frode e incarcerato per quattro anni prima di venire rispedito in Australia. Più recentemente, l’uomo d’affari canade- se Michael Spavor è stato improvvisamente arrestato nel dicembre 2018 per un presunto tentativo di sottrarre segreti di stato cinesi, in quella che è stata con ogni evidenza una rappresaglia da parte dei cinesi per l’arresto in Canada della dirigente di Huawei Meng Wanzhou.

Non sorprende che anche il settore legale di Hong Kong si sia espresso con veemenza contro la contestatissima proposta. In una lettera aperta, tutti i 30 membri del gruppo del settore legale nel Comitato elettorale (che seleziona il capo dell’esecutivo di Hong Kong) ha chiesto l’immediata can- cellazione del disegno di legge, avvertendo che ciò minerebbe la fiducia nel sistema giudiziario di Hong Kong. E anche l’Associazione degli avvocati di Hong Kong lo ha criticato definendolo “non necessario e pericoloso”.

Hong Kong negli ultimi anni ha visto la costante erosione delle sue libertà politiche e di quelle della stampa e, attraverso la realizzazione della Greater Bay Area, con il ponte autostradale che ormai la unisce a Macao e alla Cina, rischia di venire totalmente assorbita dalla “Madrepatria”. Una madrepatria che diventa ogni giorno più forte e arrogante, conscia del co- stante aumento del suo peso economico, politico e militare negli equilibri mondiali. Non passa giorno che da Pechino non giunga notizia dell’en- nesimo atto di forza e della censura della più piccola forma di dissenso. Ultimo, in ordine di tempo, il blocco totale delle versioni in tutte le lingue di Wikipedia (quella in cinese è oscurata dal governo ormai da anni), nell’imminenza dell’anniversario della strage di Tienanmen, il prossimo 4 giugno.

Eppure Hong Kong si è sempre aggrappata e continua ostinatamente ad aggrapparsi alla sua identità distinta, forgiata attraverso principi de- mocratici fondamentali tipici dello stato di diritto, che avvantaggiano sia i residenti che le imprese.

Se passerà la legge sull’estradizione, Hong Kong perderà un’enorme fetta di questa sua unicità e la sua entrata in vigore sarà probabilmente l’inizio della fine di uno dei luoghi più unici e incredibili al Mondo.

IL BUCO DEL CULO DELLA CINA

DI MARCO LUPIS . DAL LIBRO "I CANNIBALI DI MAO"

Hong Kong, gennaio 2001

Temple Street è una strada lunga e stretta, che alla sera allinea decine e decine di banchetti, bancarelle, chioschi, piccoli e improvvisati ristoranti all’aperto. L’umanità multicolore che la affolla, ha occhi soltanto per la merce esposta ovunque, orecchie solo per le grida dei venditori cinesi.

Ma verso la fine della strada, dove i vicoli della vecchia Kowloon la incrociano, c’è una vetrina debolmente illuminata. Ogni sera, un piccolo gruppetto di vecchi cinesi se ne sta per ore lì di fronte, e osserva. Le mani incrociate dietro la schiena, un po’ curvi per il peso degli anni, molti ancora vestiti delle loro casacche blu o grigie “alla Mao”, stanno zitti, e osservano. Non parlano, non si scambiano commenti, raramente distolgono lo sguar- do. Soltanto osservano, osservano la merce esposta.

Osservano decine di falli artificiali, di ogni forma e tonalità. Chiassosi preservativi colorati esposti in perfetto ordine. Pompette e aggeggi strani, dei quali è persino difficile intuire l’utilizzo. Ogni sera i vecchi di Temple Street osservano per ore la vetrina dell’unico sexy shop della zona. Guar- dano gli strani oggetti pensando alla loro giovinezza (forse). E ricordando quella Cina che molti di loro hanno lasciato da ragazzi, in fuga come profughi dalle persecuzioni delle Guardie rosse di Mao, dalle umiliazioni della Rivoluzione culturale, dalle follie del “Grande balzo in avanti”, che ridusse alla fame centinaia di milioni di persone. E pensano, senz’altro, a quanto siano cambiati i tempi. A quanto sia cambiata Hong Kong.

Ed è anche questa la notte di Hong Kong, il buio di questa immensa, divorante metropoli, che scorre attraverso i vicoli di Wan Chai, si perde nelle mille luci colorate di Nathan Road e, a volte, si arrampica fino alla vetta della sua montagna più alta, The Peak, e vola sopra le gru del porto.

È buia la notte di Hong Kong, anche se dappertutto ci sono luci, insegne luminose nelle strade, grattacieli illuminati. Nei suoi mille locali i cinesi si rifugiano dopo aver passato dieci o più ore in uffici angusti, per paura di rientrare subito nei loro minuscoli appartamenti, uno sopra l’altro negli sterminati quartieri dormitorio dei New territories, i Nuovi territori, dove la densità di popolazione è la più alta del mondo.

Qui i bar che offrono accompagnatrici non sono considerati locali sordidi, come i bar a luci rosse in Occidente. Anzi, a dire il vero, vengono considerati del tutto accettabili. L’estate scorsa la direzione del B Boss fece affiggere dei grandi manifesti che offrivano ai clienti, animati da spiri- to patriottico, speciali offerte erotiche “tutto compreso” per festeggiare il Capodanno cinese. Qui ogni sera sugli schermi digitali posti sui tavoli dei clienti appare il prezzo, in continuo aumento, della compagnia di cui i clienti uomini stanno godendo. Il fascino di un uomo a Hong Kong si misura in base allo spessore del suo portafoglio. Se un cliente riflettesse per un attimo sulla sua situazione, probabilmente si renderebbe conto che la donna che in quel momento sta romanticamente tubando con lui in realtà lo disprezza. Ma per buona sorte dei proprietari di questi locali, è molto raro che gli hongkonghesi dedichino troppo tempo a pensare.

Quando lo fanno, il risultato è spesso tragico. Negli ultimi anni la percentuale di suicidi ha avuto un’impennata che le stesse autorità cinesi definiscono «preoccupante».

Non che ai giovani asiatici non piaccia divertirsi, questo è chiaro, ma da queste parti un ragazzo di diciannove anni trascorre il suo tempo libero in maniera spesso diversa rispetto ai suoi coetanei occidentali. «Passano tutto il tempo a fotografarsi continuamente l’un l’altro», afferma un profes- sore americano che insegna alla University of Science and Technology di Hong Kong. «Se ne stanno per delle ore a fotografarsi davanti a fontane e cose del genere. Sembra che qui i giovani abbiano dentro un male strano».

L’ora dell’aperitivo a Hong Kong coincide col primo relax per le migliaia di brokers che costituiscono la spina dorsale della città. Tra le sei e le otto di sera tutti i grandi bar prevedono l’happy hour (due drink al prezzo di uno) contendendosi un pubblico multirazziale e poliglotta. Il numero uno oggi è il China club di Central, accanto all’Hong Kong bank disegnata da Norman Foster. Ma non è facile entrarvi se non si fa parte delle conoscenze del proprietario David Tang, un tycoon quarantenne che gira in pigiama di seta e sigaro tra i denti, con un paio di modelle inglesi sotto il braccio. Dietro i vetri colorati del China club brinda la crema dei giovani yuppies cinesi che ormai hanno soppiantato i britannici.

Il vero power place, però, dove i magnati della finanza mettono le basi per affari miliardari, è il Captain Bar, buio, intimo, al piano terra del Mandarin Oriental, albergo prediletto dagli occidentali. Musica soffusa e leggendari incontri tra i potenti della terra. «Se ci si diverte di notte a Hong Kong? Guar- da» risponde senza mezzi termini il giovane Stanley Chan, 33 anni, completo grigio, gemelli discreti e cravatta intonata. «Ho lasciato questa città prima del ritorno alla Cina, nel ’97. Me ne sono andato per un po’ in Canada, giusto per stare alla larga e vedere come “buttava” la situazione. Allora Hong Kong era l’ombelico dell’Asia. Sono ritornato quest’anno e sai cosa ho trovato? Il buco del culo della Cina, ecco cosa ho ritrovato!».

Il California a Lan Kwai Fong, ristorante che dopo cena si trasforma in disco, è tra i club più gettonati e informali, adatto a un primo avvici- namento alla vita notturna in città. A pochi passi c’è il The time is always now, caratterizzato da atmosfere londinesi, e subito dopo il Club 97, nome emblematico per un posto riservato a soli soci che per una serata sbor- sano soltanto 97 dollari di Hong Kong (circa 10 euro, ndr) cercando di dimenticare i due milioni spesi per entrare a far parte di quella privilegiata minoranza costituita dai membri del club.

A Kowloon, il Lost City, diecimila metri quadrati di discoteca multipi- sta, videogame, effetti virtuali e laser, ogni sera è affollato all’inverosimile.

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Ma businessmen giapponesi e dignitari cinesi in viaggio a spese delle cor- poration di Hong Kong, per i loro bagordi preferiscono i mega-karaoke, come il China City, dotati di hostess bar con scelta tra ragazze orientali e occidentali (russe e inglesi: tariffe sui 500 euro, con obbligo di trascinarsi in un albergo di lusso).

Per i fanatici dei rave parties, l’ora x scatta ogni sabato sera. Celebri disc jockey appositamente inviati da Londra, atmosfere teoricamente illegali (condite di nuovissime droghe sintetiche), e irruzioni della polizia ogni due ore. Per gli irriducibili che vogliono comunque vedere l’alba, la scena si sposta nei torridi locali di Wan Chai, la vecchia zona a luci rosse, oggi convertitasi in quartiere commerciale.

Qui Big Apple e Neptune, aperti h24, sono nomi leggendari con le loro luride piste da ballo su cui si alternano marinai e prostitute, banchieri e modelle.

Ma il sesso, quello facile, sbrigativo e, naturalmente, a pagamento, è da molti anni ormai appannaggio di Mongkok, il nuovo vero quartiere erotico di Hong Kong. Nel quadrilatero compreso tra Waterloo Road e Ladie’s Road (nome emblematico) centinaia di grandi frecce al neon mul- ticolori indicano la strada dei bordelli. A saper leggere gli ideogrammi ci si può divertire, con i cartelli che pubblicizzano l’arrivo di verginelle thai, o reclamizzano nuovi talenti erotici appena sbarcati dalla vicina Canton.

L’alba di Hong Kong sorprende poi un po’ tutti, quando i nottambu- li pieni di occhiaie si scontrano con le donne che portano le verdure al mercato, e gli anziani nei parchi fanno la loro ginnastica meditativa, il Taijiquan, la “boxe delle ombre”.

Intanto l’alba si fa strada sopra i grattacieli di Hong Kong, mentre dai templi cinesi il profumo dell’incenso sale piano verso il cielo opaco, cari- co di umidità bollente. La luce lattiginosa del primo giorno, riflessa dalle acque torbide e basse della baia, si insinua nel labirinto delle catapecchie cinesi, conquista i muri sporchi dei grattacieli popolari.

Un monaco nel tempio di Tin Hau, la Dea del Mare, a Causeway Bay, tonaca grigia e cranio rasato, dice le sue prime orazioni. «Per le anime perse – spiega – perché trovino la strada della quiete e della pace interiore».

E Dio solo sa, quanto ce ne sia bisogno, qui a Hong Kong.

©2001 by Massimo Sciacca - All rights reserved

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